Diega 的个人资料Sono Tempio della Trinit...照片日志列表更多 工具 帮助

日志


10月27日

Spirito Santo

 

Cerco la Tua Voce

 

Come Tu mi vuoi

 

Io scelgo Te

 

Il Santo Padre a Lourdes

 
10月26日

Messaggio di ieri 25Ottobre2008

"Cari figli, vi invito tutti in modo speciale a pregare per le mie intenzioni affinché attraverso le vostre preghiere si fermi il piano di Satana su questa terra, che é ogni giorno più lontana da Dio, e mette se stesso al posto di Dio e distrugge tutto ciò che é bello e buono nell’anima di ognuno di voi. Per questo, figlioli, armatevi con la preghiera e il digiuno affinché siate consapevoli di quanto Dio vi ama e fate la volontà di Dio. Grazie per aver risposto alla mia chiamata."

10月24日

L'ECO

Un ragazzino e suo padre passeggiavano tra le montagne...
All'improvviso il ragazzino inciampò, cadde e, facendosi male, urlò :"AAAhhhhhhhhhhh!!!"
Con suo gran stupore il bimbo sentì una voce venire dalle montagne che ripeteva :
"AAAhhhhhhhhhhh!!!"

Con curiosità, egli chiese: "Chi sei tu?"
E ricevette la risposta: "Chi sei tu?"
 Dopo il ragazzino urlò: "Io ti sento! Chi sei?"
E la voce rispose: "Io ti sento! Chi sei?"

Infuriato da quella risposta egli urlò: "Codardo"
E ricevette la risposta: "Codardo!"

Allora il bimbo guardò suo padre e gli chiese: "Papà, che succede?"
Il padre gli sorrise e rispose:"Figlio mio, ora stai attento:"

E dopo l'uomo gridò: "Tu sei un campione!"
La voce rispose: "Tu sei un campione!"

Il figlio era sorpreso ma non capiva.
Allora il padre gli spiegò: "La gente chiama questo fenomeno ECO ma in realtà è VITA.
La Vita, come un'eco, ti restituisce quello che tu dici o fai.
La vita non è altro che il riflesso delle nostre azioni.

Se tu desideri più amore nel mondo, devi creare più amore nel tuo cuore;
 
Se vuoi che la gente ti rispetti, devi tu rispettare gli altri per primo.

Questo principio va applicato in ogni cosa, in ogni aspetto della vita; la Vita ti restituisce ciò che tu hai dato ad essa.

La nostra Vita non è un insieme di coincidenze,
è lo specchio di noi stessi.

 
 
 

Discussione su Marco...dono di Dio!

 

Citazione

Marco...dono di Dio!
Pace bene e gioia!
La grafica pastorale mi fornisce un grandissimo spunto di riflessione...non voglio scrivere assolutamente altro...vi invito solo ad osservare bene questo video e a commentare.
Che il Signore ci benedica sempre!
Pace bene e gioia!
In comunione di preghiera!
Ave Maria!
 
 
 
 
   

Io sono la Luce

                                                                                            5

Che Dio vi benedica amici miei

                                                                                          41
10月23日

La maldicenza _ a cura del ... Santo curato d'Ars

La maldicenza

Dai discorsi e sermoni del curato d’ Ars

 

Gli uni dicono male per invidia, il che accade soprattutto fra gente dello stesso mestiere, per attirarsi i clienti. Diranno male degli altri: che la loro merce non vale niente - o che ingannano - che non c'è niente da loro e che non sarebbero capaci di dare la merce a quel prezzo - che diverse persone se ne sono lamentate... che vedranno senz'altro che la cosa non riuscirà loro utile... 0 che non c'è né il peso né la misura. Un bracciante dirà che un altro non è un buon operaio, che non so in quante case si è recato e non sono stati molto contenti di lui; non lavora, si diverte. 0 non sa lavorare.

- Ciò che vi dico non bisogna dirlo, aggiungono, perché gli potrebbe nuocere - Bisogna, gli dite voi? Sarebbe stato meglio non dire niente voi stessi, non ci sarebbero state complicazioni.

Un contadino vedrà che i beni del suo vicino prosperano più dei suoi: questo lo irrita, ne dirà male.

Altri parlano male del loro vicino per vendetta: se avete fatto qualche cosa a qualcuno, anche per dovere o per carità, cercheranno di screditarvi, di inventare mille cose contro di voi, per vendicarsi. Se se ne dice bene, ciò li irrita, vi diranno: - È ben come tutti gli altri, ha i suoi difetti. Ha fatto questo, ha detto quello. Non lo conoscete? È perché non avete ancor avuto a che fare con lui.

Molti dicono male per orgoglio, credono di mettersi in luce abbassando gli altri, dicendo male degli altri. Fanno mostra delle loro supposte buone qualità. Tutto quello che diranno e faranno sarà bene e tutto quello che gli altri diranno o faranno sarà male.

Ma i più dicono male per leggerezza, per una specie di manìa di parlare, senza esaminare se è vero o no. Hanno bisogno di parlare... Perché ci sia un qualsiasi motivo che li faccia agire, non si peritano di diffamare la riputazione del prossimo. Credo che il peccato di maldicenza racchiuda in sé quasi tutto ciò che c'è di più cattivo. Sì, questo peccato contiene il veleno di tutti i vizi, la bassezza della vanità, il veleno della gelosia, l'asprezza dell'ira, il rancore dell'odio e la sconsideratezza così indegna in un cristiano... È la maldicenza, infatti, che semina quasi ovunque la discordia, la divisione, che mette in discordia gli amici, che impedisce ai nemici di riconciliarsi, che turba la pace delle famiglie, che inasprisce il fratello contro il fratello, il marito contro la moglie...Quante famiglie molto unite che una sola cattiva lingua ha messo sottosopra, che non possono più né vedersi, né parlarsi. Chi ne è la causa? La sola cattiva lingua del

vicino o della vicina...Sì, la lingua di un maldicente avvelena tutte le azioni buone e mette in luce tutte le cattive. È lei che, tante volte, diffonde su un'intera famiglia macchie che passano dai padri ai figli, da una generazione ad un'altra, e che, forse, non si cancelleranno mai più. La lingua maldicente va fino a frugare nella tomba dei morti; essa muove le ceneri di quei poveri infelici, facendo rivivere, cioè rinfrescando i loro difetti che erano sepolti con loro nella tomba. Che atrocità! Da quale indignazione sareste invasi se vedeste uno sciagurato accanirsi contro un cadavere, dilaniarlo in mille pezzi? Un tale fatto vi farebbe gemere di compassione. Ebbene! il crimine è ancora più grande quando si va a rinfrescare gli sbagli di un povero morto. Quante persone hanno questa abitudine quando si parla di qualcuno che è morto:- Ah!, ne ha combinate di tutti i colori durante la sua vita; era un perfetto ubriacone, uno scaltro matricolato, in breve, era un cattivo soggetto. Ahimè , amico mio, forse lei si sbaglia, e anche se fosse vero quel che dice, forse adesso è in cielo, il buon Dio lo ha perdonato. Ma dove è la vostra carità?

10月22日

ti sono vicino

1 -Ti amo non per chi sei ma per chi sono io quando sono con te.

2 -Nessuna persona merita le tue lacrime, e chi le merita sicuramente non ti farà piangere.

3 -Il fatto che una persona non ti ami come tu vorresti non vuol dire che non ti ami con tutta se stessa.

4 -Un vero amico è chi ti prende per la mano e ti tocca il cuore.

5 -Il peggior modo di sentire la mancanza di qualcuno
è esserci seduto accanto e sapere

     che non l’avrai mai.

6 -Non smettere mai di sorridere, nemmeno quando
sei triste, perché non sai chi potrebbe

     innamorarsi del tuo sorriso.

7 -Forse per il mondo sei solo una persona, ma per qualche persona sei tutto il mondo.

8 -Non passare il tempo con qualcuno che non sia disposto a passarlo con te.

9 -Forse Dio vuole che tu conosca molte persone sbagliate prima di conoscere la persona giusta,

     in modo che, quando finalmente la conoscerai,
tu sappia essere grato.

10-Non piangere perché qualcosa finisce, sorridi perché è accaduta.

11-Ci sarà sempre chi ti critica, l’unica cosa da fare è continuare ad avere fiducia,

      stando attento a chi darai fiducia due volte.

12-Cambia in una persona migliore e assicurati di sapere
bene chi sei prima di conoscere

      qualcun’altro e aspettarti che questa persona sappia chi sei.

13-Non sforzarti tanto, le cose migliori accadono quando meno te le aspetti.

                    "TUTTO QUELLO CHE ACCADE, ACCADE PER UNA RAGIONE"


  (GABRIEL GARCÍA MÁRQUEZ)

Image Hosted by ImageShack.us

10月20日

Due malati

Mentre l'uomo vicino alla finestra descriveva tutto ciò nei minimi dettagli,
l'uomo dall'altra parte della stanza chiudeva gli occhi e immaginava la
scena.
In un caldo pomeriggio l'uomo della finestra descrisse una parata che stava
passando. Sebbene l'altro uomo non potesse sentire la banda, poteva vederla
con gli occhi della sua mente così come l'uomo dalla finestra gliela
descriveva.
Passarono i giorni e le settimane.
Un mattino l'infermiera del turno di giorno portò loro l'acqua per il bagno
e trovò il corpo senza vita dell'uomo vicino alla finestra, morto
pacificamente nel sonno. L'infermiera diventò molto triste e chiamò gli
inservienti per portare via il corpo.
Non appena gli sembrò appropriato, l'altro uomo chiese se poteva spostarsi
nel letto vicino alla finestra. L'infermiera fu felice di fare il cambio,  e
dopo essersi assicurata che stesse bene, lo lasciò solo. Lentamente,
dolorosamente, l'uomo si sollevò su un gomito per vedere per la prima volta
il mondo esterno.
Si sforzò e si voltò lentamente per guardare fuori dalla finestra vicina al
letto. Essa si affacciava su un muro bianco. L'uomo chiese all'infermiera
che cosa poteva avere spinto il suo amico morto a descrivere delle cose così
meravigliose al di fuori da quella finestra. L'infermiera rispose che l'uomo
era cieco e non poteva nemmeno vedere il muro "Forse, voleva farle coraggio"
disse.
Vi è una tremenda felicità nel rendere felici gli altri, anche a dispetto
della nostra  situazione. Un dolore diviso è dimezzato, ma la felicità
divisa è raddoppiata.
Se vuoi sentirti ricco conta le cose che possiedi che il denaro non
può comprare. Oggi è un dono, è per questo motivo che si chiama
"presente".             (copito da un blog amico)
10月18日

La carità

Qualche anno fa, alle Paraolimpiadi di Seattle, nove atleti, tutti mentalmente o fisicamente disabili erano pronti sulla linea di partenza dei 100 metri.

Allo sparo della pistola, iniziarono la gara, non tutti correndo, ma con la voglia di arrivare e vincere. In tre correvano, un piccolo ragazzino cadde sull'asfalto, fece un paio di capriole e cominciò a piangere.

Gli altri otto sentirono il ragazzino piangere. Rallentarono e guardarono indietro. Si fermarono e tornarono indietro... ciascuno di loro. Una ragazza con la sindrome di Down si sedette accanto a lui e cominciò a baciarlo e a dire: "Adesso stai meglio?" Allora, tutti e nove si abbracciarono e camminarono verso la linea del traguardo.

 

Tutti nello stadio si alzarono, e gli applausi andarono avanti per parecchi minuti. Persone che erano presenti raccontano ancora la storia.

Perché?

Perché dentro di noi sappiamo che: la cosa importante nella vita va oltre il vincere per se stessi. La cosa importante in questa vita è aiutare gli altri a vincere, anche se comporta rallentare e cambiare la nostra corsa. "Una candela non ci perde niente nell'accendere un'altra candela".


Dal Sito "Parole di Saggezza" 

In occasione della sua festa, conosciamo San Paolo della Croce

SAN PAOLO DELLA CROCE

il mistico del calvario

 

 

Nascita: 03 gennaio 1694

Professione religiosa: 11 giugno 1741

Morte: 18 ottobre 1775

Venerabile: 18 febbraio 1821

Beato: 01 maggio 1853

Santo: 29 giugno 1867

“Fu di presenza grave e maestosa. Amabile. Alto di statura. Di volto sereno e naturalmente modesto. Di occhio vivo e sereno. Di fronte elevata e spaziosa. Di voce chiara sonora e penetrante. Di maniere piene di affabilità e rispetto. Il suo temperamento era sanguigno ed assai sensitivo”. E’ il ritratto di Paolo Danei lasciatoci dal suo primo biografo Vincenzo Maria Strambi. La liturgia poi lo tratteggia con queste pennellate: “Uomo di Dio, sotto il vessillo della croce raccolse soldati di Cristo; insegnò loro a vivere uniti con Dio, a lottare contro il male, a predicare al mondo Gesù crocifisso. Cacciatore delle anime, araldo del Vangelo, lucerna luminosa! Dalle piaghe di Cristo apprese la sapienza, dal suo sangue trasse vigore, con la sua Passione convertì i popoli”.

 

Sacerdote e fondatore

 

Paolo Danei nasce ad Ovada (Alessandria), secondo di sedici figli, all’alba del 3

gennaio 1694 da Luca e Annamaria Massari. Alla sua nascita una luce misteriosa invade la stanza, sicuro presagio di qualcosa di grande e di bello. Ancora bambino apprende dalla mamma l’amore verso il Crocifisso che caratterizzerà tutta la sua vita.

Volesse Iddio, dirà, che avessi la santità di mia madre. Se mi salvo, se ho fatto un po’ di bene lo devo ai suoi insegnamenti”. Per i torbidi politici del tempo la famiglia Danei ha subito gravi dissesti economici ed ora è costretta a frequenti trasferimenti. Paolo nella giovinezza aiuta il padre impegnato nel commercio di tessuti, cordame ed affini.

 

Sui vent’anni avviene quella che lui chiama “conversione”: resta come folgorato da “un discorso familiare” di un sacerdote. Fa la confessione generale e decide di impegnarsi al completo servizio di Dio anche se ancora non sa come. Ma per ora non può realizzare il progetto: deve infatti assistere i famigliari che vivono in condizioni economiche sempre più preoccupanti. Nel 1715 vuole arruolarsi volontario nella crociata contro l’islam, ma una voce interiore gli fa capire che non è quella la strada: non le armi, ma l’amore ha salvato e salverà il mondo. Si sente intanto ispirato a vestire “una povera tonaca nera, ad andare scalzo, vivere con altissima povertà; fare vita penitente... a radunar compagni per restare uniti e promuovere nelle anime il santo timor di Dio”. Ci sono già i germi di una nuova congregazione. Lo zio prete, don Giancristoforo, lo nomina erede di tutti i suoi beni, purché si sposi. Ma Paolo si sente bruciare da un amore più alto e accetta solo il breviario.

 

Nel 1720 una visione lo orienta più chiaramente. Rapito in spirito si vede “vestito di nero sino a terra”. La Madonna più volte gli indica la strada e gli mostra anche l’abito della nuova congregazione che avrà nella passione di Gesù la ragione del suo esistere. Il 22 novembre dello stesso anno monsignor Francesco Arborio Gattinara vescovo di Alessandria lo riveste di una tunica nera da eremita. Paolo si ritira in una stanzetta attigua alla chiesa di San Carlo a Castellazzo Bormida (Alessandria). Vi resta chiuso dal 23 novembre 1720 al primo gennaio 1721. Di questi quaranta giorni rimane il diario spirituale, scritto per ordine del vescovo. E’ una testimonianza preziosa della sua straordinaria esperienza interiore. Nel suo spirito si alternano slanci mistici e fortissime aridità. Lo assale il desiderio di vedere salvi tutti gli uomini e si dichiara disposto ad essere “scarnificato per un’anima”. Dal 2 al 7 dicembre scrive “come infusa nello spirito” anche la regola del nuovo istituto che per ora chiama “I poveri di Gesù”. Dal vescovo è nominato custode del romitorio di Santo Stefano a Castellazzo e ottiene il permesso di predicare. Alle prediche di Paolo è un accorrere sempre più numeroso con frutti spirituali che fanno gridare al miracolo.

 

L’agosto successivo parte per Roma con la speranza di essere ricevuto dal papa

cui intende chiedere l’approvazione del nuovo istituto. Da una guardia viene respinto come uno dei tanti avventurieri. Paolo, amareggiato, si reca a pregare nella chiesa di Santa Maria Maggiore dove rinnova l’impegno di fondare la congregazione ed emette il voto di dedicarsi a risvegliare nel cuore dei fedeli la “memoria della passione di Gesù”.

Tornando a casa si ferma brevemente sul Monte Argentario (Grosseto): vi tornerà presto con il fratello Giovanni Battista vestito da eremita anche lui e fin dall’infanzia suo inseparabile compagno di penitenza, di contemplazione e di ideali. Il 21 maggio 1725 il papa Benedetto XIII gli concede a voce il permesso di radunare compagni consacrati alla stessa missione.

 

Per oltre un anno si ferma a Roma presso l’ospedale di San Gallicano; insieme al fratello si dedica all’assistenza degli ammalati anche se l’istituto coltivato nel cuore ha ben altre finalità. Con Giovanni Battista viene ordinato sacerdote in San Pietro dal papa Benedetto XIII. Nel 1728 i due fratelli tornano all’Argentario. Si fermano nel romitorio di Snt’Antonio vivendo in povertà e penitenza, solitudine e preghiera: le caratteristiche della congregazione che sta nascendo. Esercitano un intenso apostolato nella Maremma toscana dove abbondano malaria e fame e dove vegetano preti senza vocazione. Nel 1730 viene predicata la prima missione popolare a Talamone di Orbetello (Grosseto). I frutti del loro servizio sacerdotale sono tali che ai due fratelli arriva da Roma il titolo di “missionario apostolico”. Sbocciano anche le prime vocazioni passioniste.

 

Il 14 settembre 1737 sul monte Argentario inaugura la prima casa religiosa dedicata alla Presentazione di Maria al tempio. L’ha disegnata lui con il suo bastoncello. Quando era ancora a Castellazzo la Madonna gli aveva detto: “Paolo, vieni all’Argentario dove sono sola”. Nel 1741, il 15 maggio, arriva l’approvazione delle Regole da parte del papa Benedetto XIV che commenta stupito: “Questa congregazione doveva nascere per prima ed invece arriva solo ora”. L’11 giugno 1741 insieme a cinque compagni emette la professione religiosa: sulla tonaca nera indossata dai religiosi compare per la prima volta il tipico stemma passionista. In questa circostanza Paolo aggiunge al suo nome l’appellativo “della Croce”. Nel 1747 viene celebrato il primo capitolo generale: il fondatore è eletto superiore dell’istituto. Verrà confermato nell’incarico nei cinque capitoli successivi. Cioè fino alla morte. Sempre amato e venerato dai suoi figli.

 

Nel 1752 può gioire: “Siamo centodieci, abbiamo otto ritiri, ma sono pieni e non si possono ricevere tutti quelli che chiedono di entrare”. Prima di morire aprirà 13 case in condizioni sempre difficili ed a volte addirittura drammatiche. Nel 1769 il papa Clemente XIV che chiama Paolo “babbo mio”, approva solennemente l’istituto. Paolo ormai vede la congregazione “ben fondata e stabilita in perpetuo nella santa chiesa di Dio”. Ma non è finita. Nel 1771 dopo 40 anni di fatiche può realizzare la fondazione delle monache passioniste.

 

Nel 1773 apre a Roma quella casa religiosa che sarà la sede centrale della

congregazione. E’ ancora un dono di Clemente XIV che i Passionisti, a cominciare dal loro fondatore, ricorderanno sempre come protettore premuroso e benefattore incomparabile. Si tratta della basilica e del convento dei Santi Giovanni e Paolo, a fianco del Colosseo. Paolo vi si trasferisce con una numerosa comunità. Qui trascorre il resto della sua vita ormai al tramonto. Vi muore “con faccia di paradiso”, il pomeriggio del 18 ottobre 1775 circondato dai suoi figli ai quali ha precedentemente dettato il testamento spirituale: amare la chiesa, vivere nella preghiera, nella solitudine e nella povertà; contemplare il Crocifisso; predicare a tutti la passione di Gesù. Pio IX lo proclamerà santo nel 1857.

 

“Vorrei incenerirmi d’amore”

Nel secolo dell’Illuminismo e dei miscredenti, Paolo è uomo di Dio tra gli uomini

della ragione. Discernendo con molta perspicacia i mali del tempo, da lui chiamato “lacrimoso e calamitoso”, ne scopre e ne indica il rimedio più efficace nella passione di Gesù. Si consuma per piantare la croce di Cristo nel cuore dei fratelli. Per piantarvi cioè l’amore di Dio, il solo capace di salvare l’uomo. La croce al centro di tutto, come segno e sigillo dell’amore di Dio. “Nella Passione c’è tutto”, dice con forza. E la sua vita gira solo attorno a quel perno, segnata com’è dal mistero della croce. Un venerdì santo il Crocifisso e l’Addolorata gli toccano il petto. Paolo si ritrova scolpiti nel cuore gli strumenti della Passione, il distintivo passionista, i dolori della Madonna. “Oh! Figlia mia che dolore, confiderà a Rosa Calabresi, che dolore provavo, oh! che amore. Un misto di estremo dolore e di eccessivo amore”. Un giorno il Crocifisso stacca le braccia

dalla croce e si stringe Paolo al petto. Gli sembra “di stare positivamente in paradiso”.

 

Tale è la veemenza del suo amore verso Dio che per anni soffre di una “strana palpitazione cardiaca” e gli abiti sono bruciati dalla parte del cuore. Con un ferro rovente si imprime sul petto il nome di Gesù. Spasima: “Vorrei incenerirmi d’amore... Non sarebbe meglio che come una farfalletta mi slanciassi tutto nelle amorose fiamme, ed ivi in silenzio d’amore restassi incenerito, sparito, perso in quel divin Tutto?... Le mie viscere sono tanto inaridite che i fiumi non bastano a dissetarmi; se non bevo ai mari, non mi levo la sete. Ma io voglio bere ai mari di fuoco d’amore”. Ha ragione di sentirsi “liquefatto in Dio”. Vuole incendiare il mondo intero d’amore. “Mi resti impressa nel cuore la passione del mio Gesù, che poi tanto e tanto lo desidero, e vorrei imprimerla nel cuore di tutti, che così brucerebbe il mondo di santo amore”. Vive immerso in una continua contemplazione ed in estasi frequenti.

 

Percorre l’Italia dal Piemonte alle Puglie per comunicare a tutti l’incontenibile

amore al Crocifisso che gli brucia dentro. Predica oltre 250 missioni (compresi corsi di esercizi spirituali a clero e monache), accompagnate spesso da miracoli e sempre da immensi frutti spirituali. Non sceglie di sua iniziativa pulpiti di prestigio anche se vi è spesso chiamato. Preferisce la povera gente dimenticata ed abbandonata da tutti.

Predicazione appassionata la sua, accompagnata da flagellazioni e penitenze. Banditi e peccatori incalliti, vescovi e cardinali si sciolgono in pianto quando lui parla di Gesù crocifisso. “Fa liquefare i cuori quantunque siano di macigno”. E’ dotato di “vivacità e perspicacia di mente singolari, di raro talento ed apertura di mente, di grand’ingegno”. Ma attinge non tanto al bagaglio culturale, del resto non indifferente, quanto alla sua personale esperienza di Dio.

 

Scrive oltre cinquantamila lettere. Peccato che solo una minima parte sia pervenuta fino a noi. Spesso è con la penna in mano davanti a “mucchi di lettere così grossi che spezzerebbero un travertino o un masso di bronzo”. Molte lettere riguardano la direzione spirituale. Numerose le anime da lui dirette rintracciabili non solo tra religiosi e religiose, ma anche tra i laici, nobili, vescovi, prelati della curia romana. Inizia a dirigerle prima ancora di essere ordinato sacerdote e vi dedicherà le sue energie migliori fino alla morte. La predicazione lo mette in contatto con anime che restano affascinate da lui, e che a lui si affidano per meglio rispondere ai richiami della grazia. Anche se esigente, infonde coraggio, fiducia e sicurezza. Insegna a morire a se stessi per rinascere continuamente a vita nuova in Cristo crocifisso e risorto.

Esorta a dimenticare se stessi e riposare nel seno del Padre, coltivando l’unione con Lui. “Per essere santo, scrive, ci vuole una N e una T... la N sei tu che sei un nulla; la T è Dio che è l’infinito tutto per essenza. Lascia dunque sparire la N del tuo niente nell’infinito Tutto”.

 

Pur avendo celebrato il matrimonio mistico nella sua giovinezza, vive una straziante aridità per circa 50 anni. Sperimenta prove durissime rare a trovarsi in altri mistici. Scrive nel diario: “Desidero solo di essere crocifisso con Gesù”. Il suo anelito si realizza perfettamente. E il mistico del Crocifisso, diventa mistico crocifisso. Geme: “Cammino per vie spaventose. Il cielo per me sembra sia diventato di bronzo e di fuoco la terra. Sono come un povero naufragante che in notte buia attaccato ad una piccola tavoletta in mezzo alle onde tempestose, aspetta di bere a momenti la morte”.

Si sente “un tronco secco abbandonato nella foresta perché fradicio e inutile anche per il fuoco”. Vive in nuda fede, nella “fede oscura”, sorretto da una incrollabile speranza. Si abbandona totalmente alla volontà di Dio “come una barca senza vela”. Raccomanda di cibarsi “alla grande” della divina volontà. Per assurdo troverebbe il paradiso anche nell’inferno se questa fosse la volontà di Dio. “Mio maggiore desiderio, scrive, è quello di consumarmi tutto in quella volontà”. Ha visto bene chi lo ha definito il “principe dei desolati” e “il più grande mistico e scrittore spirituale del settecento”.

 

Vive una aspra penitenza. Nella propria croce Paolo vede una partecipazione alla passione di Gesù. Chiama le sofferenze “scherzi d’amore... finezze d’amore d’un Dio amante... ricami del lavoro amoroso di Dio... preziose margherite e gioie del cuore”. Ama e trova beata la solitudine. Ma sa anche stare in compagnia. E’ sensibile e gentile, soave ed arguto. Lo chiamano “mamma della misericordia”. E’ facile al pianto ed alla commozione sia davanti alla bellezza di un fiore che davanti alle macerie lasciate dal peccato nel cuore dell’uomo.

 

Alla sua congregazione “drappello radunato sotto la croce” Paolo affida la missione di risvegliare nel cuore dell’uomo la “grata memoria” della passione di Gesù, “l’opera più stupenda del divino amore... il miracolo dei miracoli di Dio”. Ai suoi figli lascia il compito di camminare vicino ai crocifissi di ogni tempo e di ogni luogo condividendone angosce e speranze. Quello che i Passionisti, presenti in oltre 50 nazioni, vivono ogni giorno sull’esempio e con il dinamismo di Paolo loro Padre e Fondatore.

 

E non solo i Passionisti. Il movimento suscitato da Paolo si è via via allargato.

Alcuni istituti di vita consacrata, molti laici impegnati sono stati contagiati da lui. Si richiamano alla sua ricca spiritualità e lo amano con un tenero amore di figli.

 

Brano tratto dal Libro: Pierluigi Di Eugenio; SOTTO LA CROCE appassionatamente, LA SANTITA’ NELLA FAMIGLIA PASSIONISTA; Editoriale Eco - S. Gabriele (TE), 1997

Penseri del Santo

La Passione di Gesù Cristo
è la porta che dà accesso
ai pascoli deliziosi
dell'anima
10月13日

San Lorenzo Giustiniani vescovo

Il doge di Venezia diceva che il solo uomo col quale avrebbe scambiato la sua anima era il vescovo Lorenzo Giustiniani. A sua volta il primo patriarca di Venezia, nato da una nobile famiglia veneziana nel 1381 e morto nel 1455, affermava che il mestiere di doge era un gioco in confronto a quello di vescovo, per gli oneri che la guida delle anime comportava. Lorenzo Giustiniani, deludendo le attese della madre, rimasta vedova con cinque bambini in una grande casa nobiliare, gremita di servitù in livrea, abbandonò la famiglia e andò a chiudersi tra i monaci dell'isola di S. Giorgio. Un amico che si era recato nel convento per persuaderlo a far ritorno in famiglia, decise invece di seguirne immediatamente l'esempio, facendosi frate. Lorenzo, vestito dell'umile saio del frate mendicante, andava di porta in porta a fare la questua.

La madre, una piissima donna, soffriva al pensiero che la gente potesse riconoscere suo figlio sotto quelle vesti, e per affrettarne il ritorno in convento mandava i domestici a riempire di pani la sua bisaccia. Lorenzo comprese il motivo di tanta generosità e da quel giorno accettò dai domestici di casa sua soltanto un paio di pani. Il confratello che lo accompagnava avrebbe voluto evitare le porte dalle quali provenivano solo insulti, ma Lorenzo era categorico: "Non abbiamo rinunciato al mondo soltanto a parole. Andiamo a riceverci anche il disprezzo!". Eletto generale del suo Ordine e poco dopo vescovo di Venezia, non mutò tenore di vita, nemmeno esteriormente. Visitava egli stesso i poveri della città, distribuendo non denaro, ma alimenti e vestiti, perché il frutto della carità non prendesse altre vie.

Non aveva il dono dell'oratoria, ma di ciò non si dava pena, potendo supplire con la parola scritta, di cui fece largo uso per la direzione del clero e dei laici, con lettere pastorali e opuscoli, in cui condensava in brevi e concettosi aforismi il succo di tante meditazioni: "Chi non utilizza il Signore quanto più gli è possibile, mostra di non apprezzarlo" ; "Un servo del Signore evita anche le piccole mancanze, perché la sua carità non si raffreddi"; "Dobbiamo evitare gli affari troppo complicati; nelle complicazioni c'è sempre lo zampino del diavolo". Abituato alle dure penitenze, quando, ormai vecchio e malato, cercarono di sostituirgli il pagliericcio con un letto di piume, egli protestò: "Cristo morì sulla croce e io dovrei morire su un letto di piume?". Morì l'8 gennaio 1455 esprimendo il desiderio di essere sepolto nel piccolo cimitero del vecchio convento. Ma i veneziani gli decretarono un vero trionfo.

Tratto da www.lalode.com

10月12日

Lo sciopero degli angeli

LO SCIOPERO DEGLI ANGELI

(Di Paola Meneghetti)

 

Tumulto in tutte le piazze italiane e mondiali..

Gli Angeli Custodi fanno sciopero.

Scioperano perchè nessuno li ascolta.

Sono in piazza a migliaia, a milioni.

Parlano sottovoce,sembra un canto..

Un Angelo dice:"io stò sempre in un angolo della casa..

lui non mi invoca,non mi chiama,

anche se ha bisogno mio aiuto.."

"la mia, repplica un altro Angelo, corre di quà e di là,

senza un perchè, dice a tutti che gli và tuitto male.

.ma anche lei non mi invoca.."

Un Angelo aggiunge:"la ragazza che conduco nella via della vita, è frastornata dal rumore delle discoteche, dai centri commerciali,dal comperare, comperare,ma non è felice..non sà che ci sono io, accanto a lei.

Un Angelo dice:.."ho già salvato più volte , da brutte cadute il mio bambino affidato,io pure aggiunge un Angelo Custode, il mio ragazzo stava per rompersi la gamba sciando,gli ho l'evato l'ostacolo e si è salvato.

Tutti gli Angeli in coro dissero:"se solo ci invocassero e pregassero di aiutarli,tutto per loro andrebbe meglio, non succederebbero tante disgrazie materiali e morali.

Il vocio nelle piazze aumentò, ognuno disse la sua..

Nel frattempo, senza gli Angeli Custodi,nel mondo succedevano cose di tutti i colori,omicidi 1oo%, suicidi 100%,  aborti100%, malattie 100%.

Allora una grande saetta di fuoco scese dal cielo e andò in ogni piazza del mondo dove scioperavano gli Angeli,e si sentì la voce di DIO,che ordinò;

"BASTA SCIOPERO", io vi ho messo accanto ad ogni uomo della terra dalla sua nascita allla sua morte,continuate a farlo,non lasciate il posto libero a Satana.

Volate,tornate al vostro posto!

Donandovi agli uomini fu un Mio atto di GRANDE AMORE VERSO ESSI!

 

 

Prendi un sorriso (M. Ghandi)

Prendi un sorriso,
regalalo a chi non l'ha mai avuto.
Prendi un raggio di sole,
fallo volare là dove regna la notte.
Scopri una sorgente,
fa bagnare chi vive nel fango.
Prendi una lacrima,
posala sul volto di chi non ha pianto.
Prendi il coraggio,
mettilo nell'animo di chi non sa lottare.
Scopri la vita,
raccontala a chi non sa capirla.
Prendi la speranza,
e vivi nella sua luce.
Prendi la bontà,
e donala a chi non sa donare.
Scopri l'amore,
e fallo conoscere al mondo.  Ghandi

10月11日

felicità è....

La nostra felicità è nel bene che facciamo, nella gioia che diffondiamo,  nelle lacrime che asciughiamo,
nel sorriso che facciamo fiorire.
 
Ho copiato questa frase da una e-mail che mi è arrivata e la regalo a voi, affinchè tutti quelli che passano a trovarmi in questo blog sappiano che fuori di Dio non c'è felicità, ma solo disperazione e falsità.